Venerdì 29 maggio, ore 4, ancora legata a letto dopo un'intensa serata di sesso, sento mio marito inforcarmi la gagball e, seppur ancora inebriata da quanto trascorso da lì a poche ore prima, mi svegliai dal torpore del sonno profondo con difficoltà. Mi sganciò i polsi dal letto per legarmeli dietro la schiena, poi mi fece inarcare con il sedere in su, prendendomi a due mani dal bacino, e mi infilò il plug intriso di gel. Mi slegò le caviglie e, senza dire una parola, mi portò in auto.
Voglio fare una premessa: in passato ho raccontato di esperienze di sessioni BDSM con mio marito e non solo, ma da quando abbiamo attrezzato una baita fuori porta spesso ci concediamo giochi di cui ho un po' di vergogna a raccontare.
Ci son cose molto intime, molto umilianti e molto personali che andrò a raccontare insieme alla mia amica (e come sapete, non solo amica) Martina.
Non giudicateci, saltate pure questo racconto se pensate che possa trattare argomenti un po' forti.
Tutto quel che racconto per noi è vissuto come un gioco, nessuno è obbligato e possiamo scegliere sempre di interromperlo.
Sarà un lungo racconto!
Ero bendata dalla sera, ma capii, qualche minuto dopo esser partiti, che ci eravamo fermati sotto casa di Martina. "Scendi completamente nuda, ti aspettiamo in auto, hai 2 minuti, poi andremo via", le disse al telefono dopo aver atteso qualche squillo prima che rispondesse. Martina era rientrata da poco a casa, non era praticamente andata a letto, si era addormentata sul divano vestita, ma al nostro rientro mi ha poi raccontato, sorridendo "pur di fare in tempo, non ho pensato di aver chiuso la porta di casa senza neanche portare con me le chiavi, se foste partiti sarei rimasta in strada nuda alle 4 del mattino" (noi abbiamo una copia delle chiavi e anche il portiere, non abbiam dovuto chiamare i pompieri al rientro).
Martina attraversò la strada, Mauro le fece indossare il plug e le legò le mani dietro la schiena, per poi far indossare anche a lei gagball e benda, poi partimmo.
Durante il viaggio, non avemmo la possibilità di interagire in alcun modo. Io ero stremata, avrei dormito, ma non riuscii a prendere sonno, pur essendo davvero stanca. Arrivati alla baita, fummo legate ad un ceppo all'esterno non distante dalla casa, ci tolse le bende, le gagball e i plug, poi andò in casa lasciandoci lì. Avevamo abbastanza catena per riuscire a sederci a terra, non proprio a stenderci. Era quasi l'alba e l'aria era frizzante; avrei voluto avvicinarmi a Martina per riscaldarmi, ma a stento riuscivamo a sfiorarci.
Chiusi gli occhi e poggiando la testa al ceppo riuscii ad addormentarmi, ma da lì a poco fummo svegliate dal sopraggiungere di una macchina dalla quale scesero un uomo e una donna... e poi altre 2 ragazze.
Quando si avvicinarono verso di noi, riconobbi l'uomo e sono più che certa che anche lui mi riconobbe. Lo scorso anno, in un forte periodo di crisi, lo incontrai... ma l'ho raccontato QUI in circostanze completamente diverse.
La donna al suo fianco era giunonica, alta e imponente, era in forma, molto in forma, spalle larghe e evidentemente energiche. Le due ragazze dietro di loro erano più giovani e avrei detto che potevano essere le schiave della coppia, ma fu difficile inquadrare la loro posizione.
"Queste sono le mie schiave", disse Mauro presentandoci agli ospiti che ci guardavano dall'alto in basso,
"Voi e le vostre ragazze potrete disporne a piacimento, faranno tutto quel che verrà loro ordinato", continuò rivolgendosi agli ospiti per poi osservarci severamente in attesa di un nostro "Sì, signore" all'unisono.
Eravamo eccitate, ma al contempo spaventate, ancora molto stanche e non avevamo minimamente idea di cosa potesse accaderci. La nostra unica sicurezza era sapere che Mauro era lì. Nonostante tutto provavo un forte senso di eccitazione. Non sapendo in alcun modo a cosa stavamo andando incontro, il pensiero di dimostrare a Mauro tutta la nostra devozione incondizionata ci dava forza.
Non pensavamo a nulla, né al tempo già trascorso né a quanto ne avremmo potuto trascorrere in queste condizioni; l'unico vero peso che avvertivo era la quasi completa mancanza di riposo.
Avevamo dormito davvero troppo poco, ma l'adrenalina e la tensione ci tenevano sveglie.
La giornata era calda, ma non ancora asfissiante. Le prime ore della mattina faceva addirittura fresco, classificabile sicuramente come "freddo", stando nude e all'aperto.
Mauro tornò qualche minuto dopo insieme al suo ospite e ci portò due ciotole di latte e frutta tagliata a pezzetti. Avevo più sete che fame, ma mi avvicinai alla ciotola e iniziai a mangiare; Martina fece altrettanto.
Avevo un forte bisogno di fare pipì, ma non ero certa di aver capito in che modo avrei avuto il permesso di espletare le mie funzioni corporali mattutine e mi impegnai a trattenermi.
Quando Mauro e il signore andarono via di nuovo, scambiammo qualche parola a bassa voce io e Marti. Eravamo così tanto concentrate e così tanto nel mood, che fino a quel momento non ci eravamo neanche salutate.
Uscirono dalla baita le due ragazze, che d'ora in avanti chiamerò Anastasia e Genoveffa, considerato sia il loro modo di comportarsi, antipatico e snervante, sia il fatto che non ho mai saputo il loro vero nome. Le ragazze furono con noi molto autoritarie sin dal primo momento, non si presentarono e si rivolsero a noi subito come se fossero ad un livello infinitamente superiore al nostro; la cosa non mi piaceva, mi indispettiva. Non avrei mai permesso a due ragazze tanto giovani di porsi così nei miei confronti, la cosa mi metteva a disagio, mi umiliava e mi rendeva difficile sottomettermi alle loro richieste, ma non volevamo deludere Mauro e ormai il dado era tratto...
Ci slegarono dal ceppo e ci ordinarono di andare a prendere dall'auto le loro borse. Erano ben quattro borse Louis Vuitton da viaggio grandi e pesanti. Ci portarono più all'estremità della nostra proprietà, tenute al guinzaglio e con i due pesanti fardelli da portare. Giunte verso un punto soleggiato e con uno splendido panorama boschivo, ci fecero posare le borse per prendere da dentro delle corde. Io non resistevo più e sussurrai "Signore, io e la mia compagna abbiamo bisogno di andare in bagno, non resistiamo più, siamo in attesa da ore"
Rispose Anastasia, infastidita, "cosa vuoi che mi importi" sferzando un colpo di frusta sul terreno "Genoveffa, legale a quegli alberi". Così fummo legate, braccia e gambe divaricate tra due alberi, girate verso il prato, dove nel frattempo Anastasia aveva preparato due teli. Dopo averci immobilizzate ad X, le due ragazze andarono a spogliarsi per stendersi sui teli a prendere il sole, mentre noi facevamo parte del panorama. Faceva caldo, avevamo le braccia stanchissime. Io sapevo che Martina stava soffrendo e dopo almeno 15, forse 20 minuti scelsi di cedere alle mie necessità, pensando che la mia amica stesse nelle mie stesse condizioni, ma troppo intimorita per cedere.
"Sei disgustosa", mi disse Genoveffa. Io, che ero già completamente umiliata, mi sentii ribollire dentro. Avrei voluto avere quella vipera di fronte in un contesto quotidiano... provai addirittura desiderio di volerla avere a parti invertite. "Falla anche tu, come ha fatto la tua amica già che ci siete, ma resterete li ancora parecchio per punizione". Martina rilassò ogni sua parte del corpo, impossibilitata a resistere ulteriormente.
Quando venne a slegarci non sentivo più le braccia. Ci ripreseo per il collare e costringendoci a portare di nuovo le 4 borse pesanti, ci riportarono alla baita "avete 2 minuti per lavarvi, siete sudice!" ci disse Anastasia indicando la pompa per annaffiare fuori al capanno.
Ci affrettammo a lavarci. Io ero particolarmente bisognosa di lavarmi, più di Martina. L'acqua era gelida, ma avevamo troppo poco tempo e senza pensarci, ci lavammo alla meglio nel più breve tempo possibile, non disponendo di alcuno strumento per contare i 2 minuti se non contare in mente "milleuno, milledue, milletre... millesessanta... millecentoventi". Martina fu molto generosa con me concedendomi qualche secondo in più a disposizione.
"Andate al sole e restate sugli attenti finché non sarete asciutte, poi portateci le borse in camera", comandarono.
Quando portammo le borse in camera, notammo che Mauro e i suoi ospiti non erano in casa. Visto che le auto erano lì, pensai che probabilmente fossero andate nel fienile... la cosa mi fece incuriosire lasciando ancora più incertezze su come sarebbe evoluta la situazione.
Le due ragazze ci fecero restare in ginocchio al centro della stanza, si svestirono, ci incastrarono in bocca i loro slip e andarono a fare una doccia calda, per poi tornare in camera e indossare dei pantaloncini e un top aderenti. Se la prendevano comoda e approfittavano della loro posizione per schernirci. Quando furono pronte, ci liberarono la bocca dai loro indumenti intimi, ci presero ai guinzagli e uscimmo di casa.
Prendendoci al guinzaglio e strattonandoci, iniziarono a correre. Io sono molto allenata e in fondo anche Martina è in forma, ma correre strattonate per il collo, dopo una notte insonne e soprattutto scalze, fu per noi davvero straziante.
Io non volevo cedere il passo in alcun modo, non volevo mostrare in alcun modo di cedere, ma le due ragazze correvano a passo svelto dimostrando un ottimo stato di allenamento. Sono certa che a parità di abbigliamento tecnico, idratazione e riposo, non avrei neanche sudato per tener loro il passo. Finché correvamo sul prato fuori dalla casa, il dolore ai piedi era quasi sopportabile, ma divenne un supplizio quando le due presero la strada un po' sterrata. Non tenevamo più il passo, non riuscivamo a correre e le due ragazze non solo se ne resero conto immediatamente, ma
approfittarono per prenderci in giro e strattonarci per non rallentarle. Corremmo per una decina di minuti facendo avanti e indietro sulla stessa strada per non addentrarci troppo verso strade
maggiormente frequentate. Quando rientrammo sul prato, vicino a casa, continuammo ad allenarci, a fare piegamenti, addominali, squat. Tutti esercizi che in condizioni ordinarie avrei affrontato con disinvoltura. Le due non si fermavano e pretendevano che noi replicassimo lo stesso allenamento.
Faceva caldo ed eravamo sudatissime e accaldate. Ci sentivamo stremate e doloranti. Il dolore alle piante dei piedi era insopportabile.
Quando decisero di terminare l'allenamento, le due ragazze ci portarono al ceppo, per legarci e lasciarci lì, mentre tornarono in camera loro a cambiarsi nuovamente. Tornarono dopo poco tempo per liberarci e portarci in casa, ma non prima di averci infilato di nuovo i loro slip inzuppati di sudore in bocca. "Andate a lavare le mani e preparate il pranzo." Eseguimmo. Mentre io cucinavo, Martina iniziò a preparare la tavola, poi fu costretta a stare carponi per permettere loro di usarla come poggiapiedi, mentre erano sedute in poltrona ad attendere che fosse pronto.
Impiattai e portai a tavola, mentre si riunirono tutti per pranzare.
Noi restammo in piedi di fianco alle ragazze ad esaudire le loro richieste e servirle. Quando finirono di pranzare, le due ragazze ci ordinarono: "Va' a lavare le nostre cose che troverai in camera, domani ci alleneremo di nuovo, poi torna qui"
Mi costrinse a fare il loro bucato che comprendeva anche gli slip che ancora stringevamo tra i denti, poi li stesi ad asciugare e tornai in sala dove trovai solo Martina di nuovo a far loro da poggiapiedi.
Ci presero di nuovo al guinzaglio e ci portarono al ceppo fuori casa, dove trovammo riversati a terra, gli avanzi del pranzo in una busta di plastica e due ciotole piene d'acqua.
Bevemmo avidamente appena le due ci lasciarono sole, poi ci guardammo negli occhi e, seppur riluttanti, attingemmo dalla busta al miscuglio di cibo e scarti. In qualche modo, dovevamo nutrirci. Non avevamo fame, ma ne avevamo bisogno. Restammo legate al ceppo per molto tempo, senza sapere cosa stessero facendo gli altri.
Quando vedemmo tornare da noi le due ragazze, eravamo sinceramente intimorite, complice anche la forte stanchezza. Ci sentivamo abbastanza sfinite, faceva caldo, stavamo al sole da svariate ore e avevamo già affrontato dure prove.
Ci portarono dell'acqua con cui riempirono le ciotole, poi mentre ci accingemmo a bere, Genoveffa prese lo smartphone e videochiamò quello che credo potesse essere il suo ragazzo e fece sfoggio
della nostra umiliazione come trofei, deridendoci e spingendo con gli stivali la nostra testa nelle ciotole. Il ragazzo, in compagnia di altri due amici, instigava Anastasia e Genoveffa a ridicolizzarci.
Ci slegarono "andate a lavarvi" ci ordinarono, indicando di nuovo la pompa da giardino. Non ci diedero fretta questa volta e diedi la possibilità a Martina di godere della poca 'acqua calda che inizialmente sarebbe venuta fuori, riscaldata dal sole della giornata.
Guardai negli occhi la mia amica e le sussurrai "a testa alta, amore, i loro ragazzi devono pensare a noi quando stanno con loro!" Così facemmo la doccia, raccogliendo le forze per sembrare più disinvolte possibile e stringendo i denti per il dolore alle piante dei piedi. Ad un certo punto l'acqua iniziò a venir fuori gelida, tanto gelida, ma ero così concentrata a non voler apparire come soggiogata da quelle due stronzette che riuscii a soffrire in silenzio fino ad abituarmi alla temperatura. Quella doccia mi fece rigenerare, riuscii anche a bere tanta acqua mentre lavavo il viso.
Le due però si resero conto che il nostro atteggiamento era improvvisamente mutato e che stavamo approfittando del momento di "semiflibertà" (se vogliamo chiamarla così), visto che i ragazzi smisero di prendersi gioco di noi rimanendo "stranamente" in silenzio. "Andate ad asciugarvi in mezzo al prato", ci ordinarono e noi, più impettite di quanto non avessimo fatto fino ad ora, ci avvicinammo a loro un po' come a sfidarle. "Verrete punite per questo, se non volete che diciamo al vostro padrone quanto siete state puttane" dissero per costringerci poi a metterci sull'erba in posizione yoga "cane a testa in giù" (che ovviamente io e Martina riusciamo ad eseguire facilmente) "Restate ferme così e non muovetevi fino al nostro ritorno", poi mostrarono ai ragazzi il modo in cui ci costringevano a stare e chiusero la chiamata con "vi chiamiamo dopo, ora dobbiamo punirle", con i ragazzi che ridevano.
Anastasia andò in camera per tornare dopo poco con in mano 2 lunghe fruste. "Richiama i ragazzi, facciamo veder loro come si puniscono queste puttane" disse indispettita e continuando ad offenderci. Così richiamarono di nuovo i ragazzi e Anastasia iniziò a frustarci colpendo le nostre gambe, il sedere con schiocchi secchi e dolorosi. Ci diede 5 frustate, ognuna con i ragazzi che, eccitati, chiesero a gran voce "altre 5, altre 5, vediamo se ce la fanno", così Anastasia, senza lasciarsi pregare, ci sferrò altre 5 frustate fortissime. Martina soffriva tantissimo
"Non cedere, tesoro, non cedere", le sussurrai.
Dopo averci "punito a sufficienza", ci legarono di nuovo al ceppo e tornarono in casa, continuando a riprendere la scena per dar sfoggio della loro arroganza ai loro ragazzi.
Avevamo davvero dei brutti segni sulle cosce e sul sedere e la stanchezza iniziava a farci vacillare. La giornata sembrava non finire mai.
Vennero di nuovo a slegarci per portarci in casa e usarci come poggia piedi mentre guardarono una serie tv, poi ci portarono in camera e ci obbligarono a far loro il bagno, lavarle, asciugarle. Lo avrei fatto volentieri a Martina, l'avrei accudita, l'avrei accarezzata, l'avrei coccolata e baciata, ma con loro era diverso, anche perché il loro atteggiamento era davvero fastidioso.
Dopo averle rivestite, aver lucidato i loro stivali con la lingua e rassettato la camera, tornammo giù per preparare la cena. Anche questa volta solo per loro, perché a noi spettarono di nuovo gli avanzi, ma non subito dopo cena, perché prima tornarono a sedersi sulle poltrone e sul divano per rilassarsi, servendosi di noi come appoggio.
La sera fummo poi portate di nuovo al ceppo, dove venimmo legate e ci fu data la busta con i loro avanzi e scarti... poi andarono dentro lasciandoci lì per la notte.
Eravamo così stanche che dopo aver mangiato il poco rimasto e consce (rassegnate a dirla tutta) che ci avrebbero lasciate lì, ci appoggiammo al ceppo e ci addormentammo.
Ci svegliarono all'alba; era ancora scuro e faceva molto freddo. Avevamo dolori ovunque. Venne Mauro a slegarci e a portarci delle coperte per portarci in camera e coccolarci. Ci fece fare un bagno caldo e ci coccolò complimentandosi con noi. Ci lenì i segni delle frustate ricevute sul corpo, poi ci lasciò in camera a riposare.
Io e Martina iniziammo a baciarci e ci concedemmo l'una all'altra per poi addormentarci profondamente. Ci risvegliammo alle 10, ci vestimmo di tutto punto e a testa alta scendemmo in cucina per fare colazione e presentarci ai nostri ospiti.
Facemmo un'abbondante colazione e, dismessa completamente la "maschera da schiava", mi presentai agli ospiti, facendo riferimento al nostro precedente incontro con il signore, che ovviamente aveva pieno ricordo di me.
Mancavano le ragazze...
A quanto pare erano dalla sera nel fienile, avevano ripreso il loro ruolo abituale e stavano affrontando una sessione con i loro rispettivi padroni. Ci fu chiesto di voler prendere parte alla sessione in qualità di dominatrici, ma né io né Martina avevamo minimamente desiderio di restituire il favore.
Il BDSM non è vendetta, non è frustrazione, è obbedienza, sottomissione incodizionata e fiducia. Io e Marti non amiamo dilettarci con fruste e altri strumenti; avremmo "preferito" (il virgolettato è proprio d'obbligo) proseguire la nostra lunghissima sessione, piuttosto che switchare.
Non intervenimmo né andammo a sbirciare cosa stessero patendo le due ragazze. Devo dire che abbiamo avuto un'ennesima conferma che il fienile è insonorizzato davvero bene, perché dall'esterno proprio non si percepiva nulla.
Restammo l'intera giornata a rilassarci, coccolarci fino a sera, quando vedemmo le due ragazze, palesemente stremate, entrare in auto. Incrociammo a stento gli occhi con le due, poi vennero a salutarci i loro padroni, ringraziandoci, per poi andar via.
Eravamo rimasti solo noi tre, di nuovo, e non vedevamo l'ora di divertirci un po' insieme senza intrusi.
Io e Marti non indugiammo un secondo, ci svestimmo e allacciammo di nuovo il guinzaglio ai collari per poi scendere al piano di sotto e offrirci al nostro padrone...